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Valori genuini ed ambigui della liberazione rev 01

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UNO SPUNTO PER UN’EVASIONE COSTRUTTIVA DALL’INCUBO
In questo ozio forzato, qualche forma di evasione, anche frivola, penso sia salutare, però, tanto meglio, se la mente viene attratta da un impegno più importante e costruttivo.
Mi piacerebbe interessare soprattutto gli studenti ed i loro insegnanti, che stanno provando a lavorare a distanza, sul programma scolastico, ma potrebbero approfittare del molto tempo disponibile, per affrontare un tema non previsto, ma di grande importanza ed attualità.
Sono appassionato di storia culturale della resistenza, non come divagazione astratta, ma come chiave di lettura indispensabile per ragionare, con un minimo di competenza storica, su temi che ci stanno fortemente disorientando; autoritarismo, sovranismo, negazionismo ecc.
Questo mio documento vuole essere solo uno stimolo, un punto di partenza, per una rilettura della resistenza, come esperienza culturale di massa.
Nato nel 47, offro il contributo di una testimonianza personale, dove metto a confronto la predicazione ufficiale con i riscontri acquisiti nella mia convivenza con persone dell’entourage del comandante partigiano, Masaccio.

La liberazione fu anche una guerra politica tra le fazioni partigiane, aspra, ma molto sotterranea ed ambigua.
La catechesi storica mascherò, sotto cerotti disposti maldestramente, ferite purulente, perché mai pulite e disinfettate.
Sopra queste piaghe, ancora putrescenti, ci pavoneggiamo con la nostra bianca camicia della democrazia.

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Valori genuini ed ambigui della liberazione rev 01

  1. 1. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici LIBERTE FRATERNITE EGALITE RESISTENZA DIO PATRIA FAMIGLIA FASCISMO A sinistra, la triade ideata da Mazzini, repubblicano ed anticlericale, adottata tal quale da fascisti e clero. A destra quella della rivoluzione francese, la bandiera della liberazione, quindi anche dei comunisti del dittatore Stalin. Prontuario minimo di un marasma etico e comunicativo. 1 PROLOGO 1.1 Quali ideali esaltare sulla bandiera? 1.2 Una catechesi farlocca 1.3 La lotta di liberazione, da cosa? 1.4 Libertà democratica e tirannia 2 IL VENETO PRIMA DEL FASCISMO 2.1 La famiglia patriarcale 2.2 La chiesa 2.3 Il primo embrione di stato 2.4 Venezia si ricorda della terraferma 2.5 Con Napoleone, scopre lo stato nazionale moderno 2.6 Sotto l’Austria, una sindrome di Stoccolma. 3 IL VENETO E MUSSOLINI 3.1 Le peculiarità del mondo contadino veneto 3.2 La coscienza di patria, germinata sul Grappa 3.3 L’epopea degli alpini e la love story con Mussolini 3.4 Bassano del Grappa e la divisione Monte Rosa 3.5 La sintonia politica tra chiesa e fascismo 3.6 Il compito dei cappellani militari 4 CATTOLICI E IDEALI DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE 4.1 Cattolici 4.2 Comunisti 4.2.1 Comunisti degli altipiani 4.2.2 Comunisti, operai delle grandi fabbriche 4.3 Socialisti 4.3.1 Artigiani socialisti 4.4 Azionisti 4.4.1 L’Italia che progettavano Ugo la Malfa e Primo Visentin INDICE La liberazione fu anche una guerra politica tra le fazioni partigiane, aspra, ma molto sotterranea ed ambigua. La catechesi storica mascherò, sotto cerotti disposti maldestramente, ferite purulente, perché mai pulite e disinfettate. Sopra queste piaghe, ancora putrescenti, ci pavoneggiamo con la nostra bianca camicia della democrazia. VALORI GENUINI ED AMBIGUI DELLA LIBERAZIONE
  2. 2. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici 1 PROLOGO Forse, quando immaginò questa ‘’bandiera’’, la sua priorità era individuare un’autorità forte, in perfetta sintonia con il duce e la chiesa monocratica. 1.2 Una catechesi farlocca Catechesi = Kata (verso il basso) + Echeo (eco)= Far risuonare verso il basso La chiesa e le élites culturali attribuivano, alla massa semianalfabeta, la capacità di apprendimento di un animale da circo e come tale la trattavano. Nella loro lontananza e presunzione, si sbagliavano; i partigiani ‘’ignoranti’’, che ho conosciuto io, avevano idee semplici, ma molto più chiare e vicine all’essenza, di tanti pensosi ed inarrivabili intellettuali, che ho sprecato tanto tempo a decrittare. La verità è che spesso il discepolo trova oscuro il sapiente solo perché ha la vista corta, ma, qualche volta, è il maestro che sceglie di essere oscuro, per esempio quando l’ambiguità e la complessità espositiva servono a mascherare omissioni e menzogne. Questo tipo di putridume impregna una buona parte della letteratura sulla resistenza, su entrambi i fronti. I ventenni partigiani, contadini e semianalfabeti, entravano nelle formazioni partigiane, ancora ciechi, di fronte alle grandi prospettive ideali. Solo comandanti, come Masaccio ed Adami, grandi comunicatori, immersi nel mondo degli umili, avevano il dono di saper accorciare le distanze. Lo fecero molto bene, tanto che, i loro partigiani rischiavano di sfuggire al controllo di chi proclamava gli stessi ideali ad alta voce, ma era ben determinato a contenerli il più possibile e furono eliminati. In questo gioco degli inganni, nel gruppo dirigente partigiano veneto, prevalsero i valori del Mazzini paternalista, ma autoritario, cioè di quelli che io definisco i catto-comunisti e vennero ripudiati quelli più sovversivi della rivoluzione francese. Se si prende alla lettera la predicazione delle due ideologie politiche, si può immaginare un’incompatibilità insormontabile tra di loro. Niente di più ingannevole, chiesa e comunismo erano concorrenti spietati, proprio perché si contendevano lo stesso ‘’target’’, ma condividevano nel metodo, il massimo cinismo tattico ed il verticismo più assoluto. LIBERTE FRATERNITE EGALITE RESISTENZA DIO PATRIA FAMIGLIA FASCISMO 1.1 Quali ideali esaltare sulla bandiera? Nato nel dopoguerra, mi rimbomba ancora nelle orecchie la triade ‘’DIO, PATRIA, FAMIGLIA’’, ho sempre pensato che fosse uno slogan creato ad hoc dal fascismo ed in perfetta sintonia anche con i valori della chiesa. Invece avrei immaginato che Mazzini, repubblicano e mangiapreti, avesse fatto sua quella della rivoluzione francese ‘’LIBERTÉ, EGALITÉ, FRATERNITÉ’’, sorprende quel dio al primo posto, certo non è quello dell’odiato papa di Roma. L’élite culturale italiana, soprattutto fino alla scomparsa dell’analfabetismo, è piena di intellettuali come lui, altezzosi e paternalisti, che proclamavano di amare il popolo, ma guardandolo sempre dall’alto verso il basso . Immagino che, sotto sotto, Mazzini non si fidasse affatto del libero arbitrio della plebe e, d’altra parte, vista l’esperienza della rivoluzione francese, come dargli torto?
  3. 3. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici 1 PROLOGO 1.3 La lotta di liberazione, da cosa? Dalla dittatura fascista, per approdare alla libertà democratica… Nessuno dei partigiani, che ho conosciuto, avrebbe dato, non dico la vita, ma neanche un’ora, per questo obiettivo, molto fumoso per loro, che avevano ben altre priorità esistenziali, come, per esempio, mangiare tutti i giorni. Anche da noi qualcuno si è bevuto un po’ di ‘’purgante’’, ma non percepivano così opprimente l’apparato repressivo fascista. Rimasero sempre diffidenti verso il regime democratico, subito invischiato nelle piaghe dell’inefficienza, del clientelismo e della corruzione. I partigiani della mia zona, ventenni, renitenti alla leva della RSI, volevano liberarsi dall’obbligo di andare a morire per il duce. Questa è una motivazione di basso profilo, che certamente non piace ai predicatori ufficiali, che sproloquiano sul tema il 25 aprile. Se li può consolare, una piccola componente volava più in alto e sentiva l’importanza di accelerare la fuga dell’ex alleato tedesco. Tutti erano perfettamente consapevoli delle scarse risorse disponibili e, quindi, del modesto contributo militare che potevano offrire. 1.4 Libertà democratica e tirannia Se l’ideale di libertà di espressione e di scelta democratica fosse stato davvero l’obiettivo principale della resistenza, quanti partigiani, in tutta Europa, si sentirono beffati? Quale tipo di libertà si ritrovarono i comunisti dell’est? Dopo tanto tempo, l’Italia è lacerata, in due fazioni contrapposte, che litigano perennemente sugli ipotetici vantaggi del nostro sistema democratico, rispetto alla dittatura fascista. L’unico punto in cui le parti si sono avvicinate è tutto formale, ipocrita; anche i ‘’cripto fascisti’’ accettano che non sia più ‘’politically correct’’ l’esplicita apologia del fascismo. Testardamente arroccata sul metodo catechistico, la fazione resistenziale insiste a starnazzare, sempre più forte, le stesse frasi fatte. Non si avvedono che, i risultati pratici, dimostrano quanto sia sterile e controproducente. I dogmi non hanno mai giovato all’umanità: la verità è che non si tratta di scegliere tra bianco e nero, ma tra infinite sfumature di grigio. Personalmente rinuncerei volentieri ad una parte del mio libero arbitrio, in cambio di uno stato meno azzeccagarbugli, cioè più onesto ed efficiente. Mi conforta la pagina di Tucidide, nella quale, da un lato illustra i pregi della democrazia, dall’altra ne segnala limiti e difetti. Socrate venne condannato a morte dall’Atene democratica, poco dopo, quella del dittatore Pericle, raggiunse il suo massimo splendore.
  4. 4. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici 2 IL VENETO PRIMA DEL FASCISMO 2.1 La famiglia patriarcale La triade di Mazzini e della chiesa mi è rimbombata nelle orecchie durante tutta la mia infanzia, mi rappresenta bene il mondo ideale contadino. Invece, quella della rivoluzione francese, più compatibile con i valori della resistenza, l’ho scoperta uscendo dal microcosmo paesano. In questa struttura arcaica, composta da vari clan famigliari, magari ulteriormente imparentati tra di loro, i nostri antenati veneti hanno affinato la loro attitudine alla convivenza, per circa tre millenni, cioè da quando sono arrivati qui dalla Paflagonia. Si è disintegrata bruscamente nel dopo guerra, quando, le migliori opportunità di reddito, permisero il rapido prevalere della famiglia nucleare. Questo eccezionale spirito comunitario, certamente piaceva moltissimo al duce, che voleva trasformare l’Italia in una caserma. 2.2 La chiesa Il parroco era l’incarnazione dell’autorità, sia religiosa che civile, cioè si faceva carico anche dei compiti tipici dello stato assistenziale moderno. Il clero era onnipresente, indispensabile ed invasivo insieme, in tutte le fasi salienti della vita, però non al punto da soppiantare del tutto un nucleo minimo di autonomia autoctona della cultura famigliare. Per esempio, provate a verificare con qualche esperto, i santuari dedicati alla Madonna, sono quasi sempre collocati presso un luogo tipico, un colle, una sorgente, posti nei quali i nostri antenati praticavano un antichissimo culto alla nostra dea madre, Reita. La chiesa cattolica ha lottato, con scarsissimo successo e per secoli, per imporre la sostituzione con quello ortodosso, cristiano. La sfida era dura ed aperta ancora ai tempi di Giuseppe Sarto, mi riferisco ad un fenomeno ben documentato anche nella nostra zona, sia per il santuario delle Cendrole, che per quello di Godego. Concludendo, senza l’aperto e deciso sostegno del clero, il duce mai avrebbe potuto indurci ad una guerra di aggressione, contro nemici inventati. 2.3 Il primo embrione di stato veneto Il nostro popolo era costituito da due categorie ben distinte: gli allevatori/contadini ed i navigatori/commercianti. I primi si sparpagliarono in un territorio vasto e molto più ostile di oggi, quindi solo in piccola parte adatto all’agricoltura, il resto al pascolo e quindi all’allevamento. Gli altri scelsero i loro porti sui fiumi, non sul mare, per ragioni tecniche, ma trafficavano fino alla terra d’origine, nel medio oriente.
  5. 5. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici I contadini/allevatori si raccoglievano in comunità molto piccole e disperse, sicuramente poverissime, i commercianti in nuclei molto più ricchi ed importanti, come a Padova e ad Este. Si può parlare di struttura statale solo per queste città, sempre gelose della propria indipendenza, in uno schema di città stato. Tutti abbiamo sempre avuto una nomea di popolo poco bellicoso, ma molto aperto agli scambi, quindi non troppo geloso della propria autonomia. I romani non ci hanno conquistato con la guerra, tantomeno civilizzato, come un’altra catechesi, spudoratamente farlocca, ci continua a predicare. Sono stati chiamati da queste due città, per dirimere una loro controversia. 2.4 Venezia scopre la terraferma Due millenni e mezzo dopo essere arrivati qui, in campagna mantenevamo, pressappoco, lo stile di vita inziale, al contrario di Venezia che era arrivata dove sappiamo. La nostra fortuna furono proprio le sue prime disfatte nello scontro con i turchi e la scoperta dell’America. I veneziani furono costretti a cercare altre forme di investimento, per i loro ingentissimi capitali e le trovarono anche nel nostro territorio. Si può parlare sicuramente di capitalismo illuminato, che comportò grandi benefici per i miserabili contadini, che avevano la fortuna di risiedere presso le loro sontuose ville, dove, grazie al servizio offerto ai padroni, trovavano di che sfamarsi, sopravvivendo così alle frequenti carestie. Fu benefico e provvidenziale anche perché promosse vere e proprie attività imprenditoriali, come quella del baco da seta e non bisogna dimenticare le grandiose opere di ristrutturazione dei corsi d’acqua, che hanno messo in sicurezza e valorizzato ampie zone, prima insicure ed impraticabili. 2.5 Con Napoleone, il Veneto scopre lo stato nazionale moderno Questa esperienza di uno stato paternalista, poco esoso con le tasse, rafforzò nei veneti, un atteggiamento costruttivo verso l’autorità centrale, ci pensò il genocida a traumatizzarli, facendo loro scoprire l’esosa oppressione fiscale dello stato nazionale moderno. Fino a quel momento, i modesti costi delle opere pubbliche locali, un tutt’uno con quelle della parrocchia, venivano gestite da un ‘’mariga’’. Napoleone, per prima cosa, sottrasse l’anagrafe al parroco, che divenne la prima attività svolta da una nuova istituzione statale: il comune. In questo modo si assicurò un controllo capillare dei redditi, base indispensabile per una tassazione di rapina, mai sperimentata prima. Nello stesso tempo, impose la leva obbligatoria, che, nei momenti peggiori, arrivò a durare fino a 18 anni. Senza dilungarci sulle sofferenze morali, che questo obbligo comportava per il soggetto e per la famiglia, il danno economico dovuto al furto di una risorsa produttiva preziosa, congiunto al feroce prelievo fiscale, ridussero alla miseria una grande moltitudine di famiglie. 2 IL VENETO PRIMA DEL FASCISMO
  6. 6. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici Cominciò in quel momento, il doloroso fenomeno dell’emigrazione di massa dei veneti, cessato solo da qualche decennio. L’esperienza dello stato nazionale fu dunque molto traumatica e negativa, in zona avvenne anche un’inedita sommossa armata, in quel frangente! Le cose non andarono certo meglio in seguito, né con l’Austria, né con l’Italia. 2.6 La sindrome di Stoccolma di alcuni veneti, con la dominazione austriaca. Gli austriaci mantennero e rafforzarono la struttura fiscale creata da Napoleone. A Riese, il padre del futuro papa, non faceva semplicemente il messo comunale, come narra la leggenda. In effetti, operava alle dipendenze dell’esattore delle tasse di Castelfranco Veneto, nella cui casa, lo studente Giuseppe, era accolto come un figlio e pernottava abitualmente al bisogno. A Riese, la stessa casa del papa fu sede temporanea della nuova istituzione comunale, ovvero dell’anagrafe. L’atteggiamento, sempre spiccatamente filoaustriaco del papa, va contestualizzato anche a questa esperienza famigliare. Mi sorprende il fatto che, molti veneti si proclamino ammiratori dell’Austria e guardino con nostalgia a quel periodo, aspetto sempre di apprendere quali aspetti positivi abbia comportato per noi. Finora, non ho trovato nella storiografia, voci discordanti rispetto all’evidenza che il Lombardo Veneto rappresentava le due mucche più produttive da mungere per l’apparato fiscale, in grado di dilazionare così il collasso del debito statale. http://bit.ly/GIUSEPPE-SARTO-CHI 2 IL VENETO PRIMA DEL FASCISMO
  7. 7. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici 3 IL VENETO E MUSSOLINI Il popolo veneto si identifica molto con il corpo degli alpini, è la nostra bandiera. Non è un mistero che, una sua importante componente, rivendica orgogliosamente la sua passata vicinanza al fascismo. Il Veneto, la vandea bianca, che ha votato in massa DC e poi la Lega, non nasconde affatto la sua nostalgia per il duce. Questo amore, mai sopito, dimostra bene quanto le prediche resistenziali siano sempre state controproducenti e fallimentari. 3.1 Le peculiarità del nostro mondo contadino In Veneto era più diffusa la proprietà privata, oppure anche la mezzadria ed altri tipi di rapporto ancora più oppressivi, ma i nostri contadini si sentivano, sempre e comunque, fieramente padroni a casa propria. Nelle regioni rosse, come l’Emilia, era più diffuso il proletariato; proprietari della prole e di nient’altro, servi, braccianti. Quando il comunismo predicava l’abolizione della proprietà privata, ha trovato da noi i suoi nemici più acerrimi, anche tra i più poveri contadini. Della mediazione sociale con i proprietari terrieri, si faceva carico il parroco, leader carismatico della comunità, anche in questi frangenti. Le cooperative rosse, delle altre regioni, da noi erano bianche e agguerrite. A Castion di Loria ci fu uno scontro molto duro con un proprietario terriero, le redini della trattativa le tenne, strette nelle sue mani, lo stesso Pio X. In quei frangenti, fece una brillante carriera il giovane sindacalista Sabadin, personaggio chiave della vicenda resistenziale, futuro capo del CLN. 3.2 La coscienza di patria germinata sul Grappa Prima dell’arrivo di Napoleone, i veneziani usavano i mercenari per le loro guerre, gli slavi, ‘’schiavoni’’. Se i veneti non hanno mai vantato virtù belliche, si può immaginare quanto dolorosa sia stata l’imposizione di combattere, conto terzi, nelle terribili guerre che si inventò quel mostro genocida, che giocava le sue partite a scacchi, disponendo di una massa gigantesca, perché gratuita, di soldati. Da questo punto di vista, la situazione non cambiò in meglio, con la prima guerra mondiale. Sul Carso, un vero e proprio suicidio di massa, venne imposto a migliaia di giovani, ignorantissimi, completamente avulsi dal sentimento di patria. Venne caparbiamente replicato, per diversi giorni di seguito, imposto dalle armi dei carabinieri, puntate alle loro spalle. Sul Grappa, il combattente veneto in particolare, poteva vedere il proprio paese, percepiva fisicamente il significato della guerra di difesa ed il concetto di patria era ben rappresentato dalla vista del suo campanile.
  8. 8. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici 3.3 L’EPOPEA DEGLI ALPINI E LA LOVE STORY CON MUSSOLINI Il mito di questo corpo parte da lontano e si salda alla scoperta dello sport alpinistico, nel 18° secolo. Il soldato alpino assomma il fascino dell’ardimentoso sportivo, che vince le vette inviolate, alla tempra del combattente, che protegge la neonata nazione italiana dalle mire del perfido austriaco, il quale occhieggia dietro le cime, tramando per riconquistarla. Mussolini coltiva il mito di questo corpo, enfatizzandone il ruolo sul Grappa, un modello perfetto per il suo esercito di ‘’otto milioni di baionette’’. I veneti sono anche i protagonisti dell’epopea della bonifica delle paludi pontine, altro importantissimo fiore all’occhiello del regime. 3.4 BASSANO DEL GRAPPA E LA DIVISIONE MONTE ROSA La RSI aveva a Bassano e nel suo circondario, luogo prediletto e fidatissimo, diversi uffici governativi e ministeri. Graziani scelse la città, sede della famosa caserma alpina Monte Grappa, anche per l’arruolamento degli alpini fascisti della divisione Monte Rosa, l’unico successo ottenuto, nel suo fallimentare tentativo di ricostituire un esercito nazionale, sotto l’egida della RSI. La quale aveva un disperato bisogno di dare un minimo di dignità militare al suo ruolo, ormai inesorabilmente relegato a quello di fantoccio dell’alleato nazista. Questa divisione, stanziata prevalentemente sul fronte francese, finì piuttosto per operare nella repressione antipartigiana, dimostrando un’incontestabile e ricambiata ferocia. 3 IL VENETO E MUSSOLINI La divisione Monte Rosa
  9. 9. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici I due ‘’cripto fascisti’’ alpini e finti partigiani, Moro e Filato, attesero nella locale caserma della RSI, luogo sicuro per loro, il momento fatidico per entrare in scena, come liberatori della città, al posto dei due grandi comandanti, Masaccio e Chilesotti, uccisi nel contempo. 3.5 Tra chiesa e fascismo, una grande sintonia, quasi perfetta. La chiesa del nostro compaesano Pio X, costantemente minacciata nei propri privilegi e nel potere temporale, era sopravvissuta, molto malconcia, alla sfida contro lo stato nazionale risorgimentale. Dopo la morte di questo papa, con il trionfo della rivoluzione comunista in Russia, l’attacco divenne a tutto campo e mortale e metteva in discussione direttamente il suo magistero e la sua stessa esistenza. La minaccia comunista terrorizzava anche un’élite di nobili e di benestanti, ma, in Veneto, anche i poverissimi ‘’proprietari’’ contadini, più ferocemente ostili di tutti, al sovvertimento sociale ed all’abolizione della proprietà privata. La saldatura tra ideali religiosi e la difesa dei valori fondanti della nostra cultura contadina, fu e rimase sempre monolitica. 3.6 La viltà della chiesa Mussolini sapeva benissimo di non avere alcuna chanche di indurci in una qualsiasi delle sue folli guerre di aggressione. Doveva assicurarsi l’appoggio imprescindibile della chiesa e disponeva di una carta formidabile: un nemico mortale comune , il comunismo. Quindi ottenne un matrimonio, dove l’interesse era tacitamente condiviso a priori, il concordato solo l’ anello nuziale, posto a carico dei posteri. Finché l’ometto recitava la sua parte di smargiasso, il silenzio nervoso della chiesa non appare intollerabilmente scandaloso. Però, quando, il folle mentecatto, cominciò a fare sul serio, dichiarando una serie di guerre di aggressione, l’una più demenziale ed ingiustificata dell’altra, praticamente a tutto il mondo civilizzato, la reticenza del vaticano appare gravissima, scandalosa, imperdonabile. Esiste una certa letteratura che mira a confondere le persone semplici ed enfatizza il dissenso del papa, di questo e di quell’altro cardinale, sussurrato a qualche discreto orecchio. Sarebbe come se, i primi martiri della chiesa, fossero soliti radunarsi nel profondo delle catacombe, per bisbigliare la loro fede ed il dissenso dall’autorità centrale, invece di proclamarla in pubblico, di fronte al magistrato romano. 3 IL VENETO E MUSSOLINI
  10. 10. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici 3.7 Il compito dei cappellani militari Questi preti erano integrati nell’esercito, equiparati agli altri ufficiali, che potevano rimpiazzare anche negli scontri, in caso di emergenza. Senza la loro rassicurazione sul campo, è inimmaginabile, che i nostri padri, avrebbero accettato di andare a uccidere od a morire. Secondo la catechesi inculcata dal parroco, solo una guerra di difesa, come sul monte Grappa, poteva, forse, non comportare la condanna all’inferno. Però, tutte le guerre, dichiarate da Mussolini, furono di evidentissima, folle ed ingiustificata aggressione. Dunque, fare violenza, assolutamente ingiustificata, ad uno sconosciuto, con lo scopo esplicito di ucciderlo, era sicuramente un peccato mortale. Rischiare di morire, in quell’atto e con quella colpa, significava la certezza assoluta di filare dritti all’inferno. Nessun dubbio quindi, senza il cappellano militare che impartiva loro i sacramenti, neanche le armi dei carabinieri, puntate alla loro schiena, avrebbero costretto i soldati veneti ad andare a morire per il duce. Neanche alla fine della guerra, la chiesa recitò mai uno spontaneo, sacrosanto e doveroso "mea culpa’’. Nel 1965, il profeta don Milani, convinto che fosse giunto il momento per scuoterne la coscienza, ingaggiò una dura battaglia per far eliminare questa istituzione. La gerarchia non dimostrò un particolare turbamento, ovviamente non accondiscese, anzi il ribelle fu punito, annichilito. 3 IL VENETO E MUSSOLINI
  11. 11. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici 4 CATTOLICI ED IDEALI DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE CATTOLICI DIO PATRIA FAMIGLIA Sabadin SOCIALISTI LIBERTE FRATERNITE EGALITE Meneghetti COMUNISTI EGALITE Marchesi P. D’AZIONE LIBERTE FRATERNITE EGALITE Masaccio 4.1 Cattolici Abbiamo già incontrato Sabadin, giovanissimo ai tempi di Pio X , brillante sindacalista e politico, poi capo del CLN, negli ultimi mesi della guerra. Il CLN è un’emanazione della monarchia, che risuscita i simulacri di qualche partito prefascista, giusto per darsi un tocco di legame con il popolo. Naturale che costituisca più che altro un intralcio, per l’autonomia operativa dei partigiani; Masaccio ne parla sempre male. Il peggio lo dà alla fine, quando dispone di un bel po’ di denaro, in quel momento Sabadin prende il comando, al posto del socialista Meneghetti. Utilizza questo strumento, insieme con quello dei lanci, gestiti direttamente da MRS, per lusingare questa formazione partigiana e castigare quell’altra, bravissimo a sedurre e poi a rifiutare, come solo le grandissime puttane sanno fare. Inutile specificare che, i sedotti ed abbandonati, sono quasi sempre gli stessi, i comunisti, ma anche il ribelle Masaccio. I suoi valori, ‘’DIO, PATRIA’’FAMIGLIA’’, si discostano così poco da quelli del fascismo, che ci vuole il microscopio per scoprire la differenza.
  12. 12. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici In realtà la discriminante è semplice, chiara e collima con il committente, la monarchia: il rifiuto all’alleanza con il nazismo, una questione strategica. Anticomunista ed irredentista, rifiuta sdegnosamente di chiamare i suoi seguaci ‘’partigiani’’, termine usato dagli odiati comunisti iugoslavi. Nazionalista, militarista, esalta l’epopea della prima guerra mondiale, non vuole renitenti sbandati tra le sue file, preferisce i militari di provata affidabilità e li chiama ‘’patrioti’’. 4.2 Comunisti Marchesi è il fondatore e primo capo del CLN veneto, il massimo dirigente comunista rimasto sulla piazza, scelto dal partito per questo ruolo, proprio perché il più idoneo a rimanere in circolazione, letteralmente, in mezzo ai vertici del fascismo. Tutti gli altri, se non stanno in prigione, o sotto le amorevoli ali di mamma chioccia, Stalin. Illustre accademico, giura fedeltà al fascismo, per poter conservare la cattedra, su suggerimento dello stesso partito. Dunque un raffinato e colto signore, certamente più a suo agio nei salotti alto borghesi, che nelle fabbriche polverose e puzzolenti. Tra gli intimi della stessa regina, è lui che, a nome del partito, garantisce la monarchia che non ci saranno scioperi o disordini, durante quella rappresentazione teatrale, che, io mi permetto di definire, l’auto ‘’defenestrazione’’ di Mussolini. Non è affatto un illuminato tollerante, lontano anni luce dagli ideali della liberazione! Più stalinista di Stalin, si scaglia contro Kruscev, troppo molle, secondo lui, durante la rivolta d’Ungheria. L’8 settembre lo scopriamo rettore all’università di Padova, nominato dal governo Badoglio, ma viene prontamente riconfermato dalla RSI. In quei momenti, viene scelto alla guida del CLN veneto e si ecclissa dopo un mese, trascorrerà il resto del tempo della guerra in Svizzera. Per quanto riguarda la triade di ideali della rivoluzione francese, i comunisti hanno cancellato quelli di ‘’fraternità’’ e ‘’libertà’’, in nome dell’unico obiettivo prioritario, al quale sacrificare tutto: la conquista del potere. L’uguaglianza è solo una promessa, un’auspicata conseguenza, che si potrà avverare, abbiamo visto come… Stalin è andato a scuola dai gesuiti, della cultura cattolica ha pienamente assimilato il millenario cinismo e la spregiudicatezza tattica, con la quale anche il partito comunista italiano si muoverà dopo la guerra, emulato e superato in questo, solo dalla DC di Andreotti. 4.2.1 Comunisti degli altipiani Le località in cui vivevano allora erano molto più isolate di adesso, diversamente non si capirebbe come potessero sopravvivere questi nuclei, così apertamente sovversivi e sfuggire alle “bonifiche” dell’apparato repressivo fascista. 4 CATTOLICI ED IDEALI DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE
  13. 13. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici Solo sugli altipiani la guerra partigiana assume un rilievo militarmente significativo, cito, come esempio, lo sganciamento dall’accerchiamento, con onore, armi in pugno, sia dal monte Grappa, che dal Cansiglio. Il partito comunista coltiva diligentemente queste celle comuniste, una rarità preziosa in una regione generalmente ostile. Inietta nelle prime formazioni spontaneistiche locali, i suoi quadri emiliani, di provata fedeltà ideologica, ben addestrati, perché reduci dalla guerra civile spagnola, i quali assumono, non solo il comando formale, ma il predominio assoluto, spesso brutale. Gli elementi locali tendono a valutare, con maggiore prudenza ed attenzione, la ricaduta delle loro azioni aggressive sulla popolazione locale inerme, costituita dai loro stessi famigliari, sulla quale si scatena infallibilmente la rappresaglia nazifascista. Ovviamente, i duri reduci emiliani, sono molto al di sopra di qualsiasi tipo di scrupolo. Il guaio è che non si limitano ad imporre la loro cieca violenza solo al nemico nazifascista, ma si scatenano anche contro la popolazione locale, quando non è pronta a sostenerli ciecamente. Le gravi ferite provocate, sono ancora aperte e dolorose, in quei territori. 4.2.2 Comunisti, operai delle grandi fabbriche Le zone industriali di una certa dimensione, si contavano sulle dita della mano in Veneto, per esempio quella di Castelfranco Veneto. La scuola di formazione di questo tipo di comunisti è il sindacato, che vanta una storia antica ed importante. A differenza di quelli di montagna, costoro sono abituati a vivere immersi in una società pluralista, a predominanza moderata e cattolica. Non mi risulta che subiscano lo stesso lavaggio del cervello di quelli di montagna, anzi, dimostrano grande autonomia e spregiudicatezza tattica. Lo dimostra l’intesa con la formazione dei Sartor, un inciucio che continuerà, per decenni, anche nel dopoguerra. La prima prova dell’intesa è la scelta dell’avvocato Bossum, signore benestante e di incerta collocazione ideologica progressista, come primo sindaco di Castelfranco Veneto, la seconda, molto scandalosa, di affidargli la difesa degli omicidi di Adami e Masaccio. Vox populi, vox dei: la gente non ha mai avuto alcun dubbio sull’identità dell’omicida, per quanto riguarda Masaccio, posso confermarlo io stesso. Scontata la rapida assoluzione, in entrambi i processi, in quei torbidissimi momenti, essendo ministro della giustizia Togliatti. 4 CATTOLICI ED IDEALI DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE
  14. 14. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici 4.3 Socialisti Meneghetti è preside di farmacologia, pupillo di Marchesi all’università di Padova, che, dopo la sua fuga, sostituisce alla guida del CLN. Sotto la sua direzione, il comitato, come un simpatico club di pensionati, si riunisce, sempre nello stesso luogo, la confortevole villa clinica dell’amico dott. Palmieri, sulla stessa strada che, partendo dal centro, conduce anche alla villa, dove ha la tana, la famigerata banda Carità. Nel gennaio del 45, viene catturato con tutto il gruppo, lo sostituisce il democristiano Sabadin, che sta scalpitando da mesi per succedergli. Non viene torturato e lo stesso, premuroso, Sabadin proclamerà, nelle sue memorie, di aver trattato invano, con i fascisti, la sua liberazione. Gli ideali dei socialisti, come Meneghetti, sono ben rappresentati dalla triade della rivoluzione francese ed erano abbastanza diffusi solo ad un certo livello, per esempio, tra i professori dell’università di Padova. Si trattava di gruppi molto indipendenti ed individualisti, dove predominava un idealismo, vago, velleitario, spesso pragmaticamente sterile, che condanna al caos ed all’insuccesso, gran parte dei loro esperimenti concreti. Uomini come Meneghetti, se sono stati cooptati nel CLN dalla monarchia, non possono, di sicuro, brillare per vivacità ed eroismo combattentistico. Però, sempre nel CLN di Padova, troviamo qualche luminosa eccezione, come quella del socialista Trentin, autore di una produzione libraria molto importante, liberamente accessibile al pubblico, nella biblioteca di Jesolo. La sua statura di grande intellettuale non lo allontana dall’azione rischiosa, un soggetto simile non può certo sfuggire all’occhiuto Carità, che infatti lo incarcera quasi subito, lo tortura duramente, non come fa con Meneghetti, morirà poco dopo, all’ospedale. Un grandissimo socialista è Adami, che affianca Masaccio nella mia ricerca, il quale raggruppa presto una sua formazione, a Valdobbiadene. Però, arrivano subito anche gli emiliani, che impongono di unificare le formazioni e lo relegano ad un ruolo di interfaccia con la popolazione locale. Grande comunicatore, con grande carisma e seguito, è del tutto inadatto alla competizione per il potere. La sua convivenza con i capi comunisti è ormai irreparabilmente deteriorata, quando viene ucciso, a tradimento, da due ‘’mercenari’’ partigiani, chiaramente identificati dalla gente del luogo e, come sempre, nel momento in cui gli ultimi tedeschi abbandonano al zona. 4.3.1 Socialisti artigiani Nei paesi più grandi, dove sono sufficientemente numerosi, si riuniscono in organizzazioni culturali e filantropiche che assumono anche un certo impegno antifascista, ma, però non arrivano mai al livello di un’organizzazione militare. L’apparato repressivo ha buon gioco nell’identificarli e controllare i gruppi, castigando i singoli, le teste più calde. Manterranno un ruolo molto significativo anche nel dopo guerra, coltivando una grande originalità ed autonomia di pensiero, una concreta attività filantropica, preziosa nel Veneto campagnolo, spesso abbruttito dalla miseria materiale e spirituale. 4 CATTOLICI ED IDEALI DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE
  15. 15. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici 4.4 Azionisti Non sta scritto, nero su bianco, che Masaccio fosse un azionista, ma ci sono molti indizi che lo lasciano pensare. Per la sua importanza, l’ho collocato accanto ai tre rappresentanti dei partiti chiamati a far parte del CLN, istituzione che egli giudicava, correttamente, una longa manus del governo monarchico e degli alleati, creata per controllare e condizionare l’attività della sua formazione, piuttosto che per sostenerla e così, sfacciatamente, fu. Orfano, viene allevato, da piccolo, in un collegio/orfanatrofio, tenuto da un prete e patriota, che si era fatto onore come informatore per gli italiani, nel periodo in cui il suo paese, sul Piave, era occupato dagli austriaci. Quindi riceve una formazione, cattolica e fascista insieme, al 100%. Però, brillante studente, già durante l’adolescenza, amplia i suoi orizzonti culturali e prende le distanze dagli aspetti più oscurantisti del nostro contado. Non per questo diventerà mai un fanatico, mangiapreti o comunista. Impone l’apoliticità nella sua formazione, inizialmente invocata unanimemente da tutti, per non compromettere lo spirito di affiatamento del gruppo. Al contrario, Sabadin, appena impadronito del denaro, che comincia ad arrivare più abbondante dal CLN, lo usa per forzarlo ad aderire alla futura DC. Siamo nella fase che chiamo della ‘’pole position’’ bisogna piazzarsi, alle imminenti elezioni, nelle posizioni più vantaggiose per il proprio partito. Masaccio non solo gli oppone un netto rifiuto, ma lo proclama con enfasi. Con questo gesto, secondo me, firma ufficialmente la sua condanna a morte. Degasperi TogliattiLa Malfa Masaccio 4 CATTOLICI ED IDEALI DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE
  16. 16. CAPITOLO 1 Valori genuini ed ambigui della liberazione COLLANA Resistenza veneta, la strage dei comandanti laici Nei suoi scritti ci sono evidenze della sua vicinanza agli ideali della rivoluzione francese, ragion per cui molti preferiscono collocarlo tra i socialisti. E’ abbastanza sicuro che, anche tatticamente, rimase lontano dai comunisti/sindacalisti, ai quali rubò addirittura il mestiere, intervenendo, con successo clamoroso, in alcune trattative della zona, sia con due aziende industriali, che con un proprietario terriero. E’ inspiegabile diversamente, il prezzo altissimo, in termini di impopolarità, che si assunsero scegliendo il loro uomo bandiera, Bossum, per l’impopolare difesa del suo omicida. É enorme, scontato e fuor di dubbio, il vantaggio elettorale, che trasse dalla sua morte, la DC di Sartor. 4.4.1 Il progetto di società di Ugo La Malfa e di Primo Visentin Ho votato il partito repubblicano di La Malfa, erede del partito d’azione, durante tutti gli anni in cui era lui alla guida del partito. Una personalità leggendaria ed unica nella storia politica italiana, chi osa mettere in discussione la sua proverbiale onestà e competenza? Il suo partito ebbe sempre scarso consenso, penso a causa del suo aristocratico disprezzo, per ogni forma di demagogia e di clientelismo. Solo grazie al suo grande carisma, la formazione mantenne sempre un rilievo straordinario, nella vita politica italiana. Penso che, La Malfa, come Masaccio, avessero in mente un modello molto preciso, concreto, realistico e fattibile di società. Dunque niente affatto un sogno velleitario, dato che è realizzato, largamente diffuso, da molto tempo, nel nord Europa. Invece, purtroppo, il nostro stivale affonda nel mediterraneo e condivide, più o meno, le tare tipiche dei paesi che vi si affacciano. ‘’Ogni popolo ha il governo che si merita’’, diceva un mio carissimo professore. Intendeva dire che la gente deve imparare a non aspettarsi i miracoli da una classe dirigente che, fatalmente, rispecchia i suoi stessi vizi. Come mai, con le stesse leggi, lo stesso governo, più o meno le stesse risorse, il nord del paese progredisce diversamente dal sud? Già, ma questo è un argomento tabù, secondo la catechesi ipocrita vigente. 4 CATTOLICI ED IDEALI DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE

UNO SPUNTO PER UN’EVASIONE COSTRUTTIVA DALL’INCUBO In questo ozio forzato, qualche forma di evasione, anche frivola, penso sia salutare, però, tanto meglio, se la mente viene attratta da un impegno più importante e costruttivo. Mi piacerebbe interessare soprattutto gli studenti ed i loro insegnanti, che stanno provando a lavorare a distanza, sul programma scolastico, ma potrebbero approfittare del molto tempo disponibile, per affrontare un tema non previsto, ma di grande importanza ed attualità. Sono appassionato di storia culturale della resistenza, non come divagazione astratta, ma come chiave di lettura indispensabile per ragionare, con un minimo di competenza storica, su temi che ci stanno fortemente disorientando; autoritarismo, sovranismo, negazionismo ecc. Questo mio documento vuole essere solo uno stimolo, un punto di partenza, per una rilettura della resistenza, come esperienza culturale di massa. Nato nel 47, offro il contributo di una testimonianza personale, dove metto a confronto la predicazione ufficiale con i riscontri acquisiti nella mia convivenza con persone dell’entourage del comandante partigiano, Masaccio. La liberazione fu anche una guerra politica tra le fazioni partigiane, aspra, ma molto sotterranea ed ambigua. La catechesi storica mascherò, sotto cerotti disposti maldestramente, ferite purulente, perché mai pulite e disinfettate. Sopra queste piaghe, ancora putrescenti, ci pavoneggiamo con la nostra bianca camicia della democrazia.

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